Educazione Rispettosa, Gentle Parenting, Disciplina Dolce, sono modi diversi di chiamare una vera e propria rivoluzione culturale ed educativa.
Una rivoluzione che in Italia ha preso piede negli ultimi decenni, ma che affonda le sue radici nei primi del novecento, quando il pensiero di Maria Montessori ha aperto a una visione del bambino completamente nuova: non più un piccolo adulto, o un adulto in potenza da plasmare a proprio piacimento, bensì un essere attivo, curioso, competente, capace di apprendere senza sforzo dall’ambiente, di autocorreggersi, e con una spinta naturale all’autocostruzione.
Le conoscenze in materia di sviluppo infantile sono state poi ulteriormente capovolte a partire dagli anni ‘50/’60 del novecento, quando con la teoria dell’attaccamento, John Bowlby ha spostato l’attenzione dai bisogni biologici di nutrimento al bisogno di sicurezza e vicinanza emotiva del bambino.
I successivi studi di Mary Ainsworth hanno dimostrato che la sensibilità del genitore — ovvero la sua capacità di sintonizzarsi e rispondere coerentemente ai segnali del bambino — è la chiave per un suo sano sviluppo psicologico.
Queste nuove conoscenze sul bambino, unite alla consapevolezza sempre crescente degli effetti traumatici di quella che la psicoanalista svizzera Alice Miller chiamò “pedagogia nera” — l’uso della violenza fisica e psicologica per spezzare la volontà dei bambini — hanno aperto la strada al concetto di fondo dell’educazione rispettosa: ovvero l’idea di poter educare senza incutere paura.
Questo nuovo approccio educativo si basa sul rispetto del bambino come essere umano e come essere dotato fin dalla nascita di una propria natura e di una propria intenzionalità. Sull’idea che educare significhi molto di più che semplicemente disciplinare e che comunque si possa disciplinare il comportamento del bambino senza incutere timore e senza mortificare. Si passa dunque da una educazione autoritaria, che fa leva sulla paura e sulla vergogna, a una educazione basata sull’autorevolezza.
Le moderne neuroscienze, con le conoscenze in materia di sviluppo del cervello infantile, con i concetti di plasticità neurale e neuroni specchio, confermano quanto intuito e teorizzato da pedagogisti e psicologi: il cervello dei bambini è incredibilmente plastico, ovvero si modella in base alle esperienze ripetute.
Il modo in cui trattiamo i bambini modella fisicamente l’architettura del loro cervello.
Se un bambino vive costantemente in un clima di paura, minacce o umiliazioni, il suo corpo produce alti livelli di cortisolo. Un eccesso di questo ormone può danneggiare l’ippocampo, sede della memoria, e iper-attivare l’amigdala, la centralina della paura, rendendo il bambino più ansioso e reattivo anche da adulto.
Al contrario risposte empatiche e calme stimolano il rilascio di ossitocina, che favorisce la crescita dei circuiti della corteccia prefrontale, sede delle funzioni esecutive superiori e della regolazione emotiva, aiutando il bambino a imparare, col tempo, a calmarsi da solo.
Nell’educazione rispettosa l’adulto funge da regolatore esterno, comprendendo che la connessione e la regolazione vengono sempre prima della correzione.
Sarah Ockwell-Smith, psicologa e autrice britannica di testi sul Gentle Parenting, ha individuato 4 pilastri dell’educazione gentile: empatia, rispetto, comprensione e confini.
L’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni dell’altro, in questo caso è la capacità di vedere il mondo attraverso gli occhi del bambino. Invece di reagire al comportamento esterno, le urla, il pianto, il genitore si immedesima nell’esperienza del bambino e cerca di cogliere il bisogno e l’emozione che stanno dietro al comportamento.
Il rispetto è alla base di ogni intervento educativo e riguarda sia il rispetto per il bambino in quanto essere umano, sia il rispetto del suo corpo, del suo spazio, del suo sentire, dei suoi tempi.
La comprensione del bambino è fondamentale per portare avanti questo approccio e si basa sulla conoscenza delle tappe di sviluppo e del funzionamento mentale infantile.
Molti comportamenti etichettati come “cattivi” sono in realtà comportamenti appropriati per l’età e lo sviluppo neurologico del bambino.
L’esempio più eclatante sono le crisi di rabbia dei bambini, o tantrum: per anni si è ritenuto si trattasse di “capricci”; ad oggi sappiamo che si tratta di episodi di disregolazione dovuti a un sovraccarico neurologico, non un tentativo di manipolazione.
Contrariamente alla credenza popolare, secondo cui la disciplina dolce sarebbe sostanzialmente equiparabile al permissivismo, i confini sono essenziali in questo approccio, ma vengono stabiliti senza l’uso di punizioni, premi o minacce.
Le regole, fondamentali per creare un ambiente fisico e relazionale sicuro per il bambino, sono poche, chiare, coerenti e adatte all’età del bambino.
Il genitore è responsabile di farle rispettare attraverso l’esempio e la sua guida autorevole. L’autorevolezza è sostenuta dalla comunicazione non violenta e dal ricorso a conseguenze chiare e prevedibili.
Appare evidente a questo punto che questo approccio richiede una grande consapevolezza da parte del genitore.
Ci sono due livelli essenziali di consapevolezza che influiscono sul modo in cui siamo genitori:
Le conoscenze in materia di sviluppo infantile e di educazione e la consapevolezza circa i propri modelli educativi di riferimento.
Conoscere come funziona il cervello di un bambino, riconoscere le tappe fondamentali dello sviluppo psicomotorio è fondamentale perché aiuta i genitori ad avere aspettative più realistiche circa che cosa ci si può aspettare dal proprio figlio in una determinata età, riduce inoltre una gran varietà di ansie genitoriali circa comportamenti considerati problematici e competenze che i loro figli hanno o meno acquisito.
Questo livello di conoscenza inoltre può sostenere i genitori nell’orientarsi nel mare di informazioni pedagogiche che si trovano in internet. Il web è infatti pieno di proposte di metodi e strategie, alcune valide altre assolutamente infondate dal punto di vista scientifico, per affrontare le quotidiane sfide della genitorialità. Quello che manca molto spesso ai genitori è invece una visione di insieme, una prospettiva, possibilmente condivisa da entrambi, sul bambino e sul tipo di educazione che si vuole portare avanti e con quali obiettivi.
L’altro fondamentale livello di consapevolezza riguarda i propri modelli educativi impliciti di riferimento. Non si può applicare la disciplina dolce soltanto studiando il metodo, è fondamentale che il sapere sia “incarnato” nel genitore. Nei nostri gesti di accudimento, nelle nostre paure, nelle nostre aspettative, perfino in alcune frasi che diciamo e nel tono di voce che usiamo con i nostri figli c’è molto dei nostri genitori e del nostro essere stati figli proprio di quei genitori.
Riconoscere e rielaborare il proprio vissuto circa la propria infanzia e i propri genitori è fondamentale per poter vedere veramente i bambini per quello che sono, per poter riconoscere i loro bisogni e le loro emozioni senza lenti offuscate da ciò che è rimasto non riconosciuto durante la nostra infanzia.
Per trovare dentro di noi la nostra personale voce autorevole che li guidi nella loro crescita.